Olimpiadi e medaglie, ovvero lo sport come prosecuzione della guerra (ideologica) con altri mezzi. I medaglieri sono quegli elenchi assai parziali di primi, secondi e terzi posti che attribuiscono valore soltanto alle eccellenze di una certa disciplina. Arrivare in una finale olimpica in specialità a larga diffusione è impresa titanica, ma non viene conteggiata nei medaglieri; per chi arriva quarto nei 100 metri piani, cioè per l’atleta quarto al mondo nella velocità, si parla di medaglia di legno; se una nazione ha una grande scuola di atleti di livello mondiale, ma sfortunatamente questi gareggiano in anni in cui alcuni atleti occupano sempre i podi, per la contabilità del medagliere è come non avere nessuno. I medaglieri, pertanto, per definizione sono poco rappresentativi del livello di “sportività” di una nazione; se poi li prendiamo senza le opportune correzioni statistiche, sono addirittura fuorvianti. La prima banale correzione da apportare ai medaglieri, considerando per semplicità le sole medaglie d’oro, è quella di ponderare i titoli alle effettive partecipazioni. Non ha senso mettere a confronto in termini assoluti le vittorie di chi partecipa ad un evento 25 volte con quelle di chi lo fa 9 volte; è il caso di Stati Uniti e dell’ex Unione Sovietica; considerando le medaglie in assoluto gli Stati Uniti primeggiano dall’alto dei 929 ori conquistati; se, però, li rapportiamo alle presenze olimpiche, dividendo le medaglie d’oro per le partecipazioni, il discorso cambia; in questo caso è l’Unione Sovietica ad avere il miglior rapporto medaglie d’oro/partecipazioni, con 43,8 ori per olimpiade (395/9), oltre 7,5 punti in più degli Usa (929/25), secondi a 37,2; terza l’ex Germania orientale con 30,6 (153 ori per 5 sole partecipazioni), quarta la Cina con 23,2; poi, molto distanziate l’ex Germania Federale e la Germania (11,2) e  il Regno Unito (8,0);  l’Italia con 7,6 medaglie d’oro per olimpiade è settima, davanti alla Francia (7,3).
Il medagliere  ponderato per le partecipazioni è un po’ più attendibile di quello assoluto, ma potremmo fare un altro passo per renderlo ancora più significativo e capire quanto un Paese investe, con motivazioni più o meno condivisibili, nello sport olimpico. Si tratta di ponderare ulteriormente il rapporto medaglie/partecipazioni mettendolo in relazione alla popolazione del Paese; le oltre 23 medaglie per olimpiade della Cina, una nazione di oltre 1.300 milioni di abitanti, danno un rapporto di una medaglia ogni 57 milioni di abitanti; le 62 medaglie di Cuba dopo la rivoluzione castrista, nelle 11 partecipazioni dal 1960 a oggi, danno un valore 5,6 – un quarto di quello cinese – ma se si considera la piccola popolazione dell’isola caraibica (5,6 milioni di abitanti), si arriva al dato di una medaglia ogni milione di abitanti, un rapporto che è 57 volte maggiore di quello cinese. Ecco allora un medagliere “ponderato” per popolazione e partecipazioni. Ai primi posti troviamo una serie di piccoli Paesi che per diverse ragioni hanno sicuramente investito moltissimo nello sport, sia di massa sia di alto livello.  Al primo posto la ex Germania Orientale – con un incredibile rapporto di una medaglia d’oro ogni mezzo milione di abitanti –  e tanti dubbi su molti atleti e allenatori di quel periodo per i tanti casi accertati di “doping di stato”; poi tutti i Paesi scandinavi di impronta socialdemocratica – Svezia, Norvegia, Finlandia e Danimarca – alcuni ex satelliti sovietici –  Ungheria, Bulgaria ed ex Cecoslovacchia – due Paesi caraibici, uno socialista l’altro no – Cuba e Giamaica; un’isola dell’altro emisfero, la Nuova Zelanda, infine l’Olanda; tra le grandi potenze all’undicesimo posto l’Australia, poi la Russia/CSI, la Germania Federale e quella unita, poi ancora l’ex URSS, l’Inghilterra, l’Italia, gli Stati Uniti (ventiduesimi) e la Francia. Verso il trentesimo posto il Giappone, oltre il trentesimo la Cina, la nazione “emergente” dello sport olimpico, con i suoi 51 ori di Pechino. (2012)