Numeri e medicina, un binomio non scontato anche nella medicina moderna, basata sulle evidenze scientifiche (Evidence-Based Medicine). I numeri, infatti, sono un dato oggettivo, ma non sempre lo è il modo di presentarli. In ambito sanitario si gioca molto sulla possibilità di dire una cosa oggettiva – come un dato statistico– in un modo che possa influenzare i nostri criteri di scelta. Se ne parla nel libro “Farmaci che ammalano” del giornalista scientifico Ray Moyniham, scritto con il ricercatore Alain Cassels. Vengono riferiti tre modi diversi di presentare dati di interesse medico. Il primo esempio riguarda un farmaco anti ipertensivo. Se questa medicina viene presentata come capace di ridurre del 33% un infarto, la sua accettazione è molto alta. Se si aggiunge che questo 33% di riduzione del rischio deriva dal fatto che il rischio di infarto senza farmaco è del 3% e scende al 2% con il farmaco, però, le cose cambiano. Da 3% a 2% la differenza in termini assoluti è, infatti, dell’1%, ma diventa del 33% in termini relativi: stiamo dicendo la stessa cosa, in due modi diversi. Se usciamo dalle percentuali e riportiamo i dati su 1000 persone, possiamo usare un terzo modo di esprimere il rischio: 970 persone non si ammaleranno mai, 20 avranno l’infarto comunque, 10 lo eviteranno con i farmaci. Chi vuole spingere al consumo di quel farmaco probabilmente tenderà a presentare la sua efficacia in termini relativi, perché una riduzione del 33% colpisce gli interlocutori, una dell’1% molto meno. Bisognerebbe, inoltre, aggiungere che non c’è modo di sapere chi saranno le 10 persone su 1000 beneficiate dalla terapia, perché i dati statistici sono inutili sul piano individuale. Esempi analoghi li troviamo nel bel volume del cardiologo torinese Marco BobbioIl malato immaginario”. Bobbio racconta come interpretare il valore di rischio cardiovascolare ricavato dall’algoritmo di “Progetto Cuore” (www.cuore.iss.it ).  Un paziente di mezza età, con pressione normale, assenza di diabete, non fumatore, ma colesterolo totale piuttosto alto (272 mg/dL), ottiene un rischio cardiovascolare di 4,4 nei successivi 10 anni. Il programma spiega che con la dieta il colesterolo può scendere del 15% (230 mg/dL), abbassando il rischio di infarto da 4,4 a 3,7; prendendo ogni giorno per 10 anni i principali farmaci anticolesterolo (le statine), la riduzione del colesterolo è, invece, del 30% (190 mg/dL) e la possibilità di infarto scende dal 4,4 al 2,7. Si pone di nuovo la scelta di interpretare i numeri. Se diciamo che con le statine ha un rischio ridotto del 61% (differenza relativa tra 2,7 e 4,4), è immaginabile un’accettazione della terapia senza riserve. Se, invece, diciamo che il rischio scende dell’1,7% (differenza assoluta tra 4,4 e 2.7), il vantaggio della terapia decennale sembra meno convincente. Anche in questo caso il terzo modo di presentare il rischio di infarto risulta più comprensibile. Prendendo in esame 1.000 persone con le caratteristiche di salute del nostro paziente, nei prossimi 10 anni 956 di loro non avranno infarti (il 95,6%, tutto il campione meno il 4,4% a rischio); 44 avranno un infarto, se non ridurranno il colesterolo (4,4%), ma 27 avranno comunque l’infarto anche con i colesterolo normalizzato, poiché le statine riducono ma non annullano il rischio cardiovascolare; naturalmente, anche in questo caso nessuno potrà dire in anticipo chi saranno i 17 risparmiati dall’infarto. Si può giocare con i numeri anche nel presentare il rischio associato ad alcune scelte alimentari. Nel 2015 lo IARC, massima autorità mondiale sui tumori, ha concluso che “ci sono prove convincenti” sul fatto che le carni lavorate aumentino il rischio di contrarre il cancro, mentre le carni rosse risultano “probabilmente cancerogene”. Per lo IARC un consumo giornaliero di 50 grammi di carni lavorate può aumentare il rischio di contrarre un tumore al colon del 18%. Come interpretare questo numero? Pensare che se mangio molte carni lavorate ho quasi una probabilità su cinque (il 18% tradotto in frazione) di avere il cancro al colon è evidentemente un errore, perché questo18 % di aumento si riferisce all’aumento del rischio individuale che è intorno al 5 % nel corso di una vita; il 18 % in più del 5% vuol dire circa il 6 % il rischio. Tornando al nostro campione di 1000 persone, 940 non avranno tumori, 60 (il 6%) avranno un tumore al colon se mangeranno molte carni conservate, ma 50 di loro (il 5%) lo avranno comunque anche senza questi consumi eccessivi. Restando in tema, molti sostengono che mangiare carni rosse sia pericoloso quanto fumare sigarette. Ma è davvero così? Sono davvero due fattori di rischio della stessa entità? Appare difficile sostenerlo, se si guarda ai decessi per tumori; nel caso del consumo di carni lavorate nel 2013 sono morte 34.000 persone in tutto il mondo, nel caso del fumo un numero 30 volte maggiore, circa un milione, mentre sono 600.000 – 18 volte di più –  i decessi per tumori collegati al consumo di alcol. Anche qui sarebbe bene riportare i numeri assoluti, per non rischiare di mettere sullo stesso piano comportamenti comunque poco salutari ma con conseguenze molto diverse.