Razzismo e sport: sembrano due parole in antitesi. Il mondo dello sport, però, non è mai stato un mondo isolato: episodi di razzismo e discriminazioni razziali sono stati presenti in tutto lo sport del ‘900. I Giochi Olimpici di Saint Louis del 1904 – ad esempio –  sono passati alla storia come le Olimpiadi della vergogna per la sezione di gare riservate dagli organizzatori a quelle che venivano considerate “razze inferiori”: Inuit, Pigmei, Mongoli, Pellerossa si esibirono in gare ridicole durante le Giornate Antropologiche. Il barone De Coubertin non era certo un progressista, ma ne provò imbarazzo per tutta la vita e oggi sarebbe finalmente ora di annullare tutti i risultati di quella pessima pagina di razzismo americano. Negli anni ’20 negli USA in Virginia fu approvato il Racial Integrity Act, che imponeva la registrazione razziale di ogni persona alla sua nascita e vietava i matrimoni misti tra bianchi e non bianchi (resterà in vigore fino agli anni’60); negli anni ’30 decine di migliaia di sostenitori del Ku Klux Klan – associazione di razzisti con frange criminali – marciavano su Washington per mostrare la forza dell’organizzazione. Alle Olimpiadi di Berlino del 1936 il nero statunitense Jesse Owens vinse quattro medaglie d’oro in sette giorni: 100 metri (3 agosto), salto in lungo (4 agosto), 200 metri (5 agosto) e staffetta 4×100 (9 agosto). Da notare che ai neri come Owens era impedito partecipare a sport di squadra come basket, football e baseball, che avevano campionati riservati ai bianchi. Tutti credono che Hitler, infuriato per la sconfitta degli atleti ariani, abbia fatto in modo di non incontrare Owens; in realtà, secondo la figlia Marlene, il campione americano non si sentì snobbato da Hitler, mentre fu profondamente ferito dal fatto che Franklin Delano Roosevelt, il presidente americano dell’epoca, non l’avesse ricevuto alla Casa Bianca. Owens, infatti, si vide annullato un appuntamento da Roosevelt, impegnato nelle elezioni presidenziali del ‘36 e preoccupato della reazione che avrebbero avuto gli Stati del Sud. Roosevelt verrà rieletto. Nel 1948 il Sudafrica istituì il regime razzista dellapartheid con la completa separazione tra i bianchi dominanti e la maggioranza della popolazione nera; tra bianchi e neri furono vietati i matrimoni misti e i rapporti sessuali; in ambito sportivo ai neri fu impedito la partecipazione allo sport dei bianchi (il rugby); ci vollero ben 15 anni per prendere provvedimenti contro i razzisti bianchi sudafricani: nel 1963 sospensione dal calcio internazionale, nel 1964 esclusione dalle Olimpiadi di Tokyo, nel 1970 – finalmente –  espulsione dal Comitato Olimpico Internazionale e boicottaggio di qualunque attività sportiva internazionale; al Sudafrica razzista fu impedito di partecipare a 7 edizioni delle Olimpiadi e fu riammesso solo a Barcellona nel 1992, dopo la liberazione di Nelson Mandela nel 1990.  L’edizione delle Olimpiadi di Città del Messico del 1968 è tuttora ricordata per il gran numero di record stabiliti. Ma non ci furono solo i primati. Dieci giorni prima dell’inizio dei Giochi il governo fece una strage, uccidendo 300 studenti che protestavano nella Piazza delle Tre Culture. L’altro grande evento non sportivo avvenne durante la premiazione dei 200 metri piani; Tommie Smith ottenne oro e record mondiale con 19’’83, il suo connazionale John Carlos arrivò terzo; i due velocisti neri statunitensi nel podio alzarono il pugno chiuso guantato in nero in segno di protesta contro il razzismo e a favore del “black power” (il potere nero); il giorno dopo Lee Evans, medaglia d’oro con primato del mondo (43’’86), insieme a Larry James e Ron Freeman, secondo e terzo nei 400 metri, salirono sul podio a piedi nudi, con il pugno alzato e con il basco scuro delle Pantere nere. Gli atleti neri autori della clamorosa protesta furono espulsi dal villaggio olimpico e sospesi dalla Federazione americana, ma il loro gesto è ancora oggi il simbolo di quelle olimpiadi. Nel 1976 alle Olimpiadi di Montreal, la sera prima della sfilata inaugurale quasi tutti gli stati africani, decisero per un boicottaggio di massa (con l’eccezione di Senegal e Costa d’Avorio) per protestare contro la presenza ai Giochi della Nuova Zelanda che intratteneva rapporti sportivi nel rugby con i razzisti sudafricani. Il numero delle nazioni partecipanti calò notevolmente – dai 121 di Monaco a 92 – e i podi dell’atletica furono falsati dall’assenza dei grandi atleti africani del fondo, che avevano iniziato a dominare tutte le specialità, dagli 800 ai 10.000 metri.

E oggi? Il crescente razzismo delle curve calcistiche – il calcio è lo sport più diffuso al mondo – non promette niente di buono. Lo sport e la scuola saranno, pertanto, sempre più importanti nei prossimi anni per fermare possibili rigurgiti razzisti, nello sport e nella società (nella foto un documentario USA su Jesse Owens)