Marco Revelli, allievo di Norberto Bobbio, insegna Scienza della politica all’Università del Piemonte Orientale

  1. “Alla velocità della luce siamo arrivati a una sorta di ‘ground zero’. La decisione del Governo di trasformare l’intero Paese in un’unica “zona rossa” – di arrestare la vita sociale ed economica per salvare la vita biologica – ne è l’emblema. Nell’arco di meno di una settimana il mondo consueto in cui vivevamo si è rovesciato, e siamo regrediti, d’un balzo, a un grado zero non solo dell’attività – dei movimenti, del lavoro, della produttività – ma della relazionalità. E anche – vogliamo dirlo? – della civiltà”.
  2. “La politica si rivela come bio-politica. E più che le regole umanizzate della Polis valgono quelle elementari della sopravvivenza, del Bios. Il fatto che il provvedimento preso appaia al tempo stesso terribile e ragionevole – un ossimoro – ci dice quanto a fondo in effetti il male sia arrivato a toccarci, polverizzando d’un colpo ogni nostra consolidata abitudine”.
  3. “Il documento pubblicato il 6 marzo dalla Società degli anestesisti e rianimatori (SIAARTI) è da questo punto di vista esemplare. I medici impegnati in prima linea ci dicono, in poche parole, che “può rendersi necessario porre un limite di età all’ingresso in terapia intensiva. In presenza di un afflusso superiore alle possibilità di ricovero la selezione tra chi salvare e chi no avverrà con criteri anagrafici e biologici, anziché in base al puro (e casuale) ordine di arrivo”.
  4. “Venire in soccorso alla disperazione etica di chi, sul terreno, è chiamato a scegliere tra “sommersi e salvati”. Per non farlo sentire solo di fronte a una responsabilità “dis-umana”. E losi fa evocando l’etica delle catastrofi e, appunto, principii da stato d’eccezione, consapevoli degli scenari d’altri tempi che quel pensato fino a ieri impensabile può evocare”.
  5. “Per la mia generazione è inevitabile rivedere sullo sfondo del nostro triage la rampa di Auschwitz dove avveniva appunto l’orrenda “prima selezione” in base alle condizioni fisiche e anagrafiche dei nuovi arrivati per “decidere” se mandarli ai forni o al lavoro”.
  6. “Se un’osservazione mi permetterei di fare non è tanto su quanto il documento dice, ma su quanto non dice. In esso lo “squilibrio tra necessità e risorse disponibili” è dato come un presupposto di fatto. Una sorta di dato di natura, come il virus in fondo. Così però non è. Se i posti in rianimazione sono scarsi, è perché qualcuno (decisori pubblici, politici di governo, poteri economici nazionali e internazionali, opinion leaders, operatori dell’informazione) ha deciso così per anni”.
  7. “Se in Italia abbiamo 5.000 posti in rianimazione di contro ai 28.000 della Germania e agli oltre 20.000 della Francia, è in conseguenza di scelte: quelle che hanno portato in 10 anni a negare 37 miliardi dovuti alla Sanità e a tagliare 70.000 posti letto chiudendo quasi 800 reparti. Se i nostri rianimatori sono costretti ad affrontare “dilemmi mortali” è perché altri, sopra di loro, o intorno a loro, hanno determinato la scarsità che obbliga e rende feroce la selezione”.
  8. “In questa luce anche il virus probabilmente si “umanizzerebbe”. Non nel senso di diventare meno feroce. Ma di rivelare quella specifica ferocia tipica di noi “ultimi uomini”. Di offrire davvero, come aveva intuito Susan Sontag, la malattia come metafora di una condizione umana e sociale. In fondo, la sua logica selettivamente darwiniana in base alle chances di sopravvivenza, non è la stessa che almeno un paio di decenni di egemonia neoliberista ci hanno inculcato con il principio di prestazione, dichiarando inutili gli improduttivi (i “vecchi”, in primis) e meritevoli i vincenti (i “forti”)?”
  9. “In fondo, di questa “capacità rivelativa delle catastrofi”, chiamiamola così, aveva un po’ da sempre parlato chiaro, e meglio, la letteratura più che la saggistica. Mi è venuto in mente, in questi giorni, il Bertold Brecht allegorico e sferzante di ‘Ascesa e caduta di Mahagonny’. La sua Mahagonny non è, in realtà, molto diversa dalla Orano di Camus, colta alla vigilia della peste, anch’essa disseccata nell’anima prima che il morbo la colpisse nei corpi”
  10. Tutto questo finirà, prima o poi. E può darsi persino che il virus oggi in azione si riveli meno feroce di quanto appaia, limitando il suo prezzo in vite e sofferenze umane. Sarebbe comunque un crimine non coglierlo, quel segnale minaccioso. Per correggerci, finché si è in tempo. Quando tutto questo sarà finito, dovremo ben ripensare l’intero nostro universo di senso: il primato del fare sul pensare; del privato sul pubblico; dell’economico sul sociale anzi su tutto il resto; del consumare sul conservare; del prevalere sul condividere; la forza della competitività contro la cooperazione… Una “visione del mondo”, da rovesciare. E per farlo servirà anche a noi un cambiamento, radicale, di sguardo, linguaggio, categorie e progetto”

(dall’articolo di Marco Revelli del 11-3-2020 su il Manifesto ) (nella foto Solitudine di Paul Delvaux, 1956)