Rebecca Solnit è una scrittrice e giornalista californiana; è anche storica, ambientalista, femminista e critica d’arte e ha pubblicato diversi libri su politica, letteratura ed esperienze di viaggio, tra cui – nel 2002 – Storia del camminare (Mondadori), da cui sono estratti questi passi

  1. Una gamba è il pilastro che sostiene il corpo eretto tra cielo e terra. L’altra, un pendolo che oscilla da dietro. Si parte con un passo, poi un altro e un altro ancora che, sommandosi come lievi colpi su un tamburo, formano un ritmo: il ritmo del camminare
  2. “La cosa più ovvia e più oscura del mondo è questo camminare, che si smarrisce così facilmente nella religione, la filosofia, il paesaggio, la politica urbana, l’anatomia, l’allegoria e il crepacuore. La storia del camminare è una storia non scritta, segreta, i cui frammenti si possono rintracciare con parole semplici in migliaia di passi di libri come anche di canzoni, nelle strade e in quasi tutte le avventure di ciascuno di noi”.
  3. “La storia corporea del camminare è quella dell’evoluzione del bipedismo e dell’anatomia umana. Per la maggior parte del tempo camminare è un atto puramente pratico, il mezzo locomotorio inconsapevole tra due luoghi”.
  4. “La materia del camminare riguarda, in un certo senso, il modo in cui attribuiamo significati particolari ad atti universali. Come il mangiare o il respirare, così il camminare può essere investito di significati culturali completamente diversi, da quelli erotici a quelli spirituali, da quelli sovversivi a quelli artistici”.
  5. “Il camminare ha creato sentieri, strade, rotte commerciali; ha generato concezioni di spazio locali e transcontinentali; ha conformato città, parchi; prodotto mappe, guide, attrezzature e, ancora, una vasta biblioteca di racconti e di poemi che ci parlano di camminate, pellegrinaggi, spedizioni alpinistiche, vagabondaggi, e anche di picnic estivi”.
  6. “La storia del camminare è la storia di ciascuno di noi, e ogni sua versione scritta può solo sperare di indicare alcuni dei sentieri più calpestati nelle vicinanze di chi la scrive, vale a dire che i sentieri che ho tracciato non sono gli unici cammini”.
  7. “Due o tre ore di camminata mi possono condurre nel luogo più straordinario che mi sia mai accaduto di ammirare. Una fattoria isolata, mai vista prima, può avere lo stesso fascino dei domini del Re del Dahomey. Ed effettivamente è possibile scoprire una sorta di armonia tra le risorse di un paesaggio entro un raggio di dieci miglia, o i limiti di una passeggiata pomeridiana, e i settant’anni della vita umana. Né gli uni né gli altri vi diverranno mai troppo familiari”.
  8. Camminare in sé è l’atto volontario più vicino ai ritmi involontari del corpo: il respiro e il battito del cuore. Stabilisce un delicato equilibrio tra il lavorare e l’oziare, tra il fare e l’essere. È una fatica fisica che produce nient’altro che pensieri, esperienze, arrivi”.
  9. “Camminare è, idealmente, uno stato in cui la mente, il corpo e il mondo sono allineati come se fossero tre personaggi che finiscono per dialogare tra loro, tre note che improvvisamente formano un accordo. Camminare ci permette di essere nel nostro corpo e nel mondo senza esserne sopraffatti. Ci lascia liberi di pensare senza perderci totalmente nei pensieri”
  10. “Camminare ha avuto una sua età dell’oro che, iniziata nel tardo XVIII secolo, si spense, temo, qualche decennio fa. Fu un’età imperfetta, più aurea per alcuni che per altri, eppure eccezionale perché ha creato luoghi appositi e dato valore alla camminata per diporto. Visse il suo apice attorno al giro di boa del XIX secolo, quando nordamericani ed europei si davano appuntamento per uscire insieme tanto per una passeggiata quanto per un aperitivo o un invito a cena; andare a piedi aveva spesso una sua sacralità, era anche uno svago di routine, e fiorivano le associazioni escursionistiche. A quei tempi, le innovazioni urbane del XIX secolo, come i marciapiedi e le fogne, rendevano più vivibile la città non ancora minacciata dalle accelerazioni del secolo successivo”.