Razzismo e scienza oggi sono in netta contrapposizione e il razzismo scientifico sembra un evidente ossimoro, ma non è stato sempre così. Il pensiero razzista si è sempre basato sull’esistenza di razze e sulla possibilità di classificarle. L’ideologia razzista ha giustificato tre secoli di schiavismo e ha avuto il suo culmine nello sterminio degli Ebrei europei (Olocausto) del ‘900. Nonostante ciò, forme più o meno esplicite di razzismo sono ancora presenti in ogni parte del mondo. Il pensiero razzista come fenomeno occidentale moderno nasce nel ‘700, ma è stato anticipato da alcune forme di “proto-razzismo”. Nella Spagna e nel Portogallo del ‘400 si era affermata l’ideologia del “sangue puro”; nel 1449 venne impedito agli ebrei convertiti l’accesso alle cariche pubbliche; nel 1492, pochi mesi prima della partenza di Colombo per le Indie, il “decreto dell’Alhambra” legittimò l’espulsione delle comunità ebraiche dai regni spagnoli e dai loro possedimenti; 7 anni dopo una sorte analoga toccò ai musulmani spagnoli. L’altro grande filone proto-razzista fu la legittimazioni dello schiavismo e dello sfruttamento coloniale dei “popoli di colore”, considerati privi di anima e, pertanto, meritevoli di essere trattati come animali. La Giunta di Valladolid si riunì per 2 anni (1550-1551) cercando di dirimere la controversia sulla presenza o meno dell’anima degli Indios, ma non arrivò a nessuna conclusione, nonostante l’intervento di Bartolomeo de Las Casas a favore delle popolazioni locali. LIlluminismo fu davvero poco illuminato sui diritti delle popolazioni indigene: Voltaire divideva la specie umana in diverse razze, superiori e inferiori, e considerava le popolazioni native americane animali degne di essere deportate e schiavizzate (Diderot, invece, sosteneva l’uguaglianza di tutte le razze e vedeva il modello di vita selvaggio complementare al modello di vita civilizzato). La prima formalizzazione scientifica del razzismo la dobbiamo a Linneo (nella foto) che, nel 1758, divise la nostra specie in 4 sottospecie o “razze” geografiche (europei bianchi, asiatici gialli, americani rossi e africani neri), in cui caratteri biologici, psicologici e culturali erano accorpati e validi per tutti gli individui del gruppo. Da allora –  per almeno due secoli – antropologi, biologi, medici e scienziati hanno costruito cataloghi razziali di ogni tipo per dimostrare la superiorità della razza bianca caucasica sulle altre. Tra gli scienziati qualcuno, per fortuna, ha preso le distanze da questo atteggiamento dominante. Nell’antropologia la figura di maggior spicco è stata quella di Franz Boas (1858 – 1942), capace di misurare 13.000 crani di bambini americani di genitori europei per confutare le teorie razziste dei suoi colleghi; per Boas le evidenti differenze tra i diversi gruppi umani erano dovute solo alla cultura e alla storia, non alla biologia o alla razza. La sua opera fondamentale – L’uomo primitivo – pubblicato in tedesco nel 1914, farà parte dei volumi bruciati da nazisti il 10 maggio 1943. Un altro antropologo che ha preso le distanze dal razzismo scientifico è stato l’inglese Ashley Montagu (1905-1999) che vedeva preoccupanti analogie fra i pregiudizi razziali e i pregiudizi contro le donne. Montagu, inoltre, ha ricordato al mondo che gli ebrei non sono – e non sono mai stati – una razza o un gruppo etnico, ma un’entità sociologica, accomunata dalla cultura. Anche il francese Claude Lévi-Strauss in Razza e storia (1952) ha affrontato senza mezze misure le dottrine razziali, definendole copertura ideologica dei rapporti di dominio e di sfruttamento delle potenze coloniali. In questa parta di scienziati antirazzisti un posto d’onore anche per il biologo statunitense Richard Lewontin che ha dato la prima grande spallata al concetto biologico di razza, mostrando agli inizi degli anni ‘70 come la maggior parte della variabilità genetica (80-85%) delle popolazioni umane si trovi all’interno di gruppi geografici locali e non caratterizzi nessuna delle presunte “razze” umane. Le ultime citazioni sono per gli scienziati italiani. Luigi Cavalli-Sforza (1922 – 2018), massimo esperto mondiale sulla diversità genetica delle popolazioni, ha detto in intervista del 2006: «La genetica dimostra in maniera chiara che l’uomo appartiene a una sola e unica razza, affermazione dimostrata dal fatto che la differenza genetica tra africani, europei, cinesi e via dicendo è analoga in tutto e per tutto alla variabilità genetica interna a ciascun gruppo». Gli hanno fatto eco – nel 2008 – gli scienziati del Manifesto Antirazzista. Per il premio Nobel Rita Levi Montalcini, E. Alleva, G. Barbuiani, M. Buiatti, E. Gagliasso, M. Livi Bacci, A. Piazza. A. Pirella, F. Remotti “Le razze umane non esistono. L’esistenza delle razze umane è una astrazione derivante da una cattiva interpretazione di piccole differenze fisiche fra persone, percepite dai nostri sensi, erroneamente associate a differenze “psicologiche” e interpretate sulla base di pregiudizi secolari”.  Le razze, dunque, non esistono e non sono mai esistite, il pensiero razzista, invece, non più supportato dalla scienza, oggi continua ad alimentarsi con la paura e con l’ignoranza.