Ritorno all‘elettroshock? Sembra davvero singolare che a 30 anni dalla Legge 180  si torni a parlare di una terapia così datata e discutibile. Negli anni 70 medici, psichiatri, infermieri e pazienti hanno combattuto e vinto la battaglia per la chiusura dei manicomi e l’abolizione di pratiche come la lobotomia e l’elettrochoc. Per Franco Basaglia, fondatore del movimento Psichiatria Democraticacurare un paziente psichiatrico con l’elettroshock è come prendere a pugni un televisore per regolarne la frequenza”.  Negli ospedali italiani, però, si ricorre ancora all’elettroshock, nonostante non abbia mai ricevuto una validazione scientifica. Per le associazioni che si oppongono al suo uso l’elettroshock non va considerato una terapia ma “un trattamento approssimativo, ascientifico, empirico, usato ideologicamente per far credere in una pronta risoluzione dei sintomi. E le sue presunte “indicazioni” trovano oggi ben più adeguati trattamenti riabilitativi, farmacologici, assistenziali, psicoterapeutici”.

La storia dell’elettroshock è lunga e controversa e si intreccia con i primi tentativi empirici della psichiatria di inizio Novecento. Non essendo ancora disponibili trattamenti farmacologici (che arriveranno alla fine degli anni ’50), alcuni psichiatri introdussero trattamenti da shock nei loro pazienti affetti da schizofrenia. I primi trattamenti in questione furono la pireto-terapia e la malario-terapia: nel primo caso si provocava un’elevazione transitoria e ripetuta della temperatura corporea, nel secondo si provocavano nel paziente dagli 8 ai 12 accessi febbrili, inoculando un ceppo malarico. All’inizio degli anni ’30 alcuni psichiatri iniziarono a provocare shock insulinici nei pazienti schizofrenici, sfruttando le proprietà convulsivanti del coma ipoglicemico (insulino-terapia). Presupponendo l’efficacia di convulsioni che simulano una crisi epilettica, altri psichiatri negli anni ’30 sperimentarono l’olio di canfora, il cardiazol – un alcaloide dell’oppio – e il bromuro di acetilcolina. Il passaggio dalle sostanze chimiche alla corrente elettrica era inevitabile e lo dobbiamo a due psichiatri italiani. Ugo Cerletti fu il primo a sperimentarla a Milano, basandosi su quanto aveva visto in un mattatoio di maiali. Lucio Bini, invece, presentò nel 1937 i primi risultati della nuova metodica al 1° Congresso di Psichiatria in Svizzera, e introdusse il termine elettroshock-terapia. La terapia elettro-convulsivante (ECT o TEC) fu rapidamente accolta dalla psichiatria ed ebbe una diffusione mondiale: nel 1938 fu ammessa ufficialmente negli Stati Uniti, accolta con entusiasmo e usata fino a metà degli anni ’60 per venire poi soppiantata dall’avvento della psico-farmacologia. Verso la fine degli anni ’80 la Pushbottom Psichiatry (la psichiatria “spingi un bottone”) ha conosciuto un revival in America che ora arriva anche in Europa e in Italia.

A febbraio – con una petizione del Congresso nazionale della Società italiana di psicopatologia rivolta al ministro Livia Turco – alcuni psichiatri italiani, tra cui Giovanni Battista Cassano, hanno chiesto al ministro della salute Livia Turco, di estendere l’uso dell’elettroshock nei casi di depressione grave refrattaria alla terapia farmacologica per trattare un numero più alto di casi autorizzando molti più centri ad attuarlo Al momento, in Italia, ci sono solo sei strutture pubbliche che ricorrono all’elettroshock, a Brescia, Oristano, Cagliari, Bressanone, Brunico e Pisa (le altre sono cliniche private di Roma, Verona e Bologna). Per gli eredi della psichiatria basagliana il ritorno all’elettroshock si colloca all’interno della vecchia psichiatria biologica. L’elettroshock – sostengono – è una pratica priva di qualsiasi evidenza: nonostante le centinaia di ricerche fatte negli ultimi decenni ancora nessuno è riuscito a chiarire che cosa faccia veramente l’elettroshock, se non cancellare le persone e trasformarla in oggetti. (9-2008)