L’Italia sta diventando un Paese-bisca? Nel 2013 il gioco d’azzardo – in inglese gambling – assorbiva una bella fetta della spesa delle famiglie italiane: in media 1.260 euro a testa – bambini compresi – per slot-machine, Lotto, Gratta e vinci, video-scommesse, bingo e poker on-line. La battaglia contro il gioco d’azzardo, però, ha aspetti surreali e paradossali: tutti ormai considerano l’azzardo una dipendenza da combattere e limitare, ma lo Stato ricava circa 10 miliardi di euro dal fenomeno, per cui l’industria del gioco si sente protetta dal governo. Il gioco d’azzardo, inoltre, dà lavoro a circa 200.000 persone in modo diretto o indiretto, anche se le sue ripercussioni sul territorio sono pesanti: quando aumentano i giocatori, la zona interessata diventa più povera, perché il gioco d’azzardo non fa circolare il denaro ma lo sottrae all’economia locale. Per questo motivo, molte regioni italiane hanno approvato leggi per contrastare il fenomeno del gioco d’azzardo e assistere i giocatori patologici. Decine di comuni hanno approvato misure a livello locale per limitare il fenomeno, riducendo gli orari di apertura delle sale da gioco

Uno studio dell’Università della Sapienza di Roma (2012) ha stimato in poco meno di 800.000 le persone a forte rischio di dipendenza dal gambling, detta ludopatia, con un altro milione e mezzo di giocatori problematici che faticano a gestire il tempo da dedicare al gioco, a controllare la spesa, alterando inoltre i comportamenti sociali e familiari: il 5,8% dei giocatori problematici ha ottenuto la cessione del quinto sullo stipendio rispetto allo 0,7 dei non giocatori (8 volte di più); l’Italia ha la più alta densità di slot-machine di vario tipo, oltre 400.000, la metà degli USA (che hanno una popolazione 5 volte quella italiana); il nostro record di 1 macchinetta ogni 143 abitanti fa impallidire i dati di Germania (1 ogni 261) e USA (1 ogni 372). Preoccupante anche il rapporto gioco d’azzardo-adolescenti: quasi 700.000 minorenni hanno giocato d’azzardo almeno una volta nell’ultimo anno e quasi 70.000 sono già giocatori problematici. Un aspetto sotto gli occhi di tutti è il vertiginoso aumento della pubblicità del gioco d’azzardo nei mezzi di comunicazione, spesso veicolata da campioni dello sport agonistico. Francesco Totti e Gigi Buffon, ad esempio, entrambi campioni del mondo e modelli di adulto da emulare per migliaia di adolescenti, hanno fatto tranquillamente pubblicità al poker. Come loro altri campioni di calcio e di altri sport, o intere compagini, mettono sulle maglie gli sponsor delle scommesse. In Spagna delle 20 società della Liga solo la squadra basca del Real Sociedad continua a non avere alcuna sponsorizzazione di società di scommesse sportive, in Italia si salva l’Inter. Nel frattempo le ludopatie sono sempre più frequenti, soprattutto tra ragazzi,  disoccupati,  anziani. In Italia sono circa 12.000 le persone in cura per ludopatia ed è solo la punta di un iceberg, il segno della crisi che – dal 2008 – sta togliendo speranze a larghe fasce di popolazione. Quelli che cadono nel gioco d’azzardo, infatti, appartengono a gruppi sociali con pochi anni di istruzione o lavori precari. Sono persone che si illudono di trovare nel gioco una sorta di rivalsa, di rivincita sulla vita che non li ha premiati. Come ha scritto qualche anno fa Michele Serra, di questa tragedia sociale si parla troppo poco. “L’attuale folle proliferazione di sale da gioco ci sta trasformando in un Paese-bisca. Si tratta di un segno evidente di degrado sociale e dell’onnipotenza economica e politica della malavita organizzata” (nella foto l’allenatore della nazionale di calcio italiana con lo sponsor di scommesse Intralot) (10-2016)